(ovvero: come una domanda innocente ti cambia per sempre l’aperitivo)
Stai mangiando un tarallo. Lo guardi. Lo giri. Lo mordi. E all’improvviso ti colpisce un pensiero… lo inizi a rigirare, continui ad esaminarlo ed è li che arriva la domanda: “ma perché il tarallo ha un buco? “
A dispetto di ciò che possa sembrare, è tutto tranne che un quesito banale. È una di quelle domande che nascono quando sei rilassato, magari con un bicchiere di vino in mano, e il cervello decide di fare un salto quantico. Perché sì, il tarallo potrebbe non averlo. E invece ce l’ha. Sempre. Ostinatamente.
Il buco non è un vezzo, è sopravvivenza
Partiamo da una verità semplice: il tarallo nasce povero. Farina, olio, vino, sale. Fine. Niente ingredienti sofisticati, niente effetti speciali. E quando un cibo nasce così, ogni dettaglio ha un senso pratico. Il buco serve prima di tutto a cuocere meglio. Il calore passa attraverso l’anello, circola, asciuga, rende tutto uniformemente croccante. Senza buco, il tarallo sarebbe più spesso, più umido dentro, meno “crack” al morso. E un tarallo che non fa crack è solo un errore di percorso.
Pensiero random: ma perché proprio un anello?
Perché l’anello è stabile. Non si spacca facilmente, mantiene la forma, resiste alle manipolazioni, ai forni affollati, ai trasporti improvvisati. I taralli venivano fatti a mano, uno per uno, spesso in grandi quantità. La forma ad anello garantiva resistenza strutturale. È praticamente ingegneria alimentare ante litteram. Altro che design moderno.
Il buco è anche una questione di tempo
Sì, perché cuocere meglio significa anche cuocere più in fretta. Nei forni di una volta, il tempo era tutto. Il tarallo con il buco cuoce prima, consuma meno energia, permette di produrne di più. È la logica del “massimo risultato con il minimo sforzo”. Filosofia artigianale di una volta, pura e semplice.
E poi c’è la bollitura (sì, il tarallo fa il bagno)
Momento rivelazione: molti taralli, prima di essere infornati, vengono bolliti. Un po’ come i bagel. Il buco qui diventa fondamentale: evita che l’impasto si deformi, aiuta a mantenere la forma, favorisce una consistenza compatta ma friabile. Se il tarallo fosse pieno, sarebbe più difficile da gestire, più fragile, meno affidabile. Nessuno vuole uno snack che cede sotto pressione.
Il buco alleggerisce (fisicamente e psicologicamente)
C’è anche una questione di percezione. Il buco toglie massa, rende il tarallo meno “pesante” visivamente e al morso. È uno snack che sembra piccolo, innocente, quasi minimal. Ed è così che ti frega: ne mangi uno, poi un altro, poi improvvisamente il sacchetto è vuoto e tu stai riflettendo sulle tue scelte di vita.
Tradizione che diventa identità
A un certo punto, il buco smette di essere solo funzionale e diventa identità. Il tarallo è quello perché ha il buco. Senza, sarebbe qualcos’altro. Un biscotto salato? Un pane uscito male? Nessuno lo sa. Il buco lo rende riconoscibile, iconico, immediatamente riconoscibile anche quando lo mangi a mille chilometri di distanza.
Pensiero finale mentre ne prendi un altro
Il buco del tarallo non è un vuoto. È uno spazio pensato, voluto, ottimizzato. È la prova che anche il cibo più semplice può essere intelligente, coerente, quasi filosofico. È una scelta, non un caso.
E mentre continui a mangiarli, uno dopo l’altro, capisci che sì: il tarallo ha il buco perché non poteva non averlo.
